Esaltato,
distorto, perfezionato e commercializzato, il corpo umano è
oggi diventato un orizzonte flessibile e malleabile.
Considerato da secoli e in svariate culture come il semplice
involucro biologico capace di ospitare le entità viventi, il
corpo può essere ottimizzato o corrotto. Esso rimarrà
nell’immaginario, nonostante l’evoluzione delle posizioni
filosofiche e scientifiche attuali, come l’elemento
deperibile della coppia anima e corpo. Forse è piuttosto
nelle arti che il corpo ha trovato gli interpreti capaci di
valutarlo e celebrarlo. Dai primi studi anatomici svolti
durante il rinascimento alle deformazioni eroiche del
manierismo e del barocco fino alle azioni performative
radicali degli anni settanta, gli artisti hanno saputo
esplorare il corpo al di là dei tabù e dei preconcetti. Oggi
la produzione pubblicitaria e il cinema hollywoodiano
magnificano il corpo senza necessariamente rendergli onore,
moltiplicando al contempo i riferimenti secondo gli
imperativi economici. In questo labirinto di raffigurazioni,
Involucro esplora tre orizzonti di rappresentazione
del corpo attraverso le opere di due artisti svizzeri e un
artista francese.
Conosciuto per i suoi lavori sui logotipi di alcune grandi
compagnie commerciali, logotipi che l’artista ha ricomposto
utilizzando dei testi critici contro le compagnie stesse,
Fabrizio Giannini (Lugano, 1964) si interessa più
recentemente al fenomeno degli hackers e dei virus
informatici. Attraverso le immagini e le installazioni
realizzate per l’esposizione, l’artista confronta due realtà
distinte: la realtà dei paesi più poveri dove virus e guerre
agiscono spietatamente sul corpo umano, e la realtà
occidentale dove i virus informatici e la guerra tra hackers
rivali sembrano piuttosto i capricci di una classe
privilegiata, la quale detiene comunque il potere di
influenzare il destino economico e sociale del mondo.
Julia Kälin (Aarau, 1977) presenta, con i suoi video
e le sue trasudanti installazioni, un corpo esploso e
torturato dal costante rapporto di forza con la natura, il
cibo, la città e gli altri. Vera e propria membrana
permeabile, il corpo descritto da Kälin agisce come un
filtro tra interno e esterno, tra l’individuo e il mondo.
L’artista costruisce prevalentemente le sue opere con
sostanze organiche deteriorabili al fine di evocare la
materialità e la temporaneità di un corpo sul quale lo
spettatore può proiettare le proprie esperienze individuali.
Più eclettico e onirico è invece il corpo inventato da
Jean-Luc Verna (Nizza, 1966), il quale ci introduce in
un universo in costante opposizione ai modelli
convenzionali. Ispirandosi nel contempo a Ingres, a
Marguerite Duras e a Siouxsie and the Banshees, Verna
congiunge elegantemente la cultura tradizionale con quella
undergound, la cultura popolare con quella elitaria. I suoi
disegni, risaltati con cipria e altri prodotti cosmetici,
danno vita a creature ibride, icone e vanità che svelano le
nostre pulsioni, le nostre paure e i nostri sogni.
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immagine : Jean-Luc Verna, "Mr
Eggman", 2003 (courtesy Air de Paris) |