Si apre sabato 24 settembre 2005 alle ore 17:30 presso il
CACT Centro d’Arte Contemporanea Ticino a Bellinzona la
mostra titolata
CONTEMPORANEA GIOVANI. FEEDBACK
Barbara DePonti, Francesca Guffanti, Sebastiano Mauri, Attilio
Solzi
L’esposizione nasce dalla volontà comune con i promotori di
Contemporanea Giovani Tre apertasi lo scorso luglio alla
Pinacoteca Civica di Como, di creare un link insubrico tra Como
e la Svizzera, credendo alle diversità culturali e regionali, ma
altresì convinti dell’importanza di un vitale scambio.
Per l’odierna tappa svizzera, il CACT ha selezionato 4 autori
presenti nell’edizione comasca del 2004 con lo scopo di
presentarne l’opera seguendo criteri curatoriali che mettessero
in evidenza soprattutto gli aspetti del processo creativo. Oltre
a ciò l’interazione con geografie e contesti professionali
diversi vuole accrescere gli effetti comparativi, dimostrando
che la creazione artistica non si arresta al puro prodotto,
bensì continua a risplendere di luce propria nel decorrere
storico ed in altri ambiti geografici. Il curatore – figura
quanto mai contrastata – determina e giustifica, con il proprio
approccio tematico/installativo, quel meccanismo di
avvicinamento osmotico pubblico/artista, denunciando più o meno
consapevolmente un plausibile invecchiamento dell’arte, intesa
come prodotto/feticcio. Integrando le visioni degli artisti con
quelle del curatore si tracciano dall’inizio quei sentieri
processuali e di continua mobilità del pensiero interpretativo.
Contemporanea Giovani ha rappresentato negli ultimi tre anni a
Como un evento innovativo. I loro promotori sin dall’inizio
hanno captato e sentito – coadiuvati dal sostegno pubblico –
l’esigenza di dare visibilità [in maniera continuativa a tempo
determinato] alla produzione d’arte contemporanea, e di
coinvolgere una rete di presenze/proposte artistiche giovanili
[più o meno alternative, e/o più o meno altre].
Uno degli intenti degli organizzatori è anche stato quello di
creare un tessuto di interdipendenza tra regioni, coinvolgendo
centri d’arte o altre istituzioni, al fine di potersi estraniare
da un approccio sistematico – e quindi lontano da dogmatiche
definizioni – e avvicinandosi il più possibile ad una
intersecazione eterogenea di linguaggi attorno alle arti
audiovisive.
Lo scopo di questa collaborazione non è un procedimento di
clonazione o ripetitivo, quanto piuttosto di individuazione di
un procédé artistico individuale inserito in un sistema
comparativo, coinvolgendo un contesto come quello svizzero,
atipico e innovativo, soprattutto per quanto riguarda la
fruizione dell’opera d’arte e le molteplici opportunità di
lettura.
Senza entrare troppo nel dettaglio dei temi affrontati –
riassumibili sommariamente nel confronto degli autori con sé
stessi a fronte di un determinato tessuto sociale –, questa
operazione chiede risposte non solo agli artisti, bensì anche
agli operatori culturali: qual è il ruolo di uno spazio
espositivo ufficiale più o meno indipendente?
Quale è il significato ultimo dell’organizzazione di mostre in
contesti indoor? Quali sono i compiti gestionali e le finalità
del curatore di fronte alle visioni degli artisti all’interno di
una sorta di isteria mercantile? In che maniera tutto questo si
può sviluppare positivamente seguendo un concetto di autorità o
di autenticità?
Il CACT ha selezionato e propone quattro artisti italiani, già
presenti nell’edizione di Contemporanea Giovani 2 del 2004. Essi
sono Barbara DePonti, Francesca Guffanti, Sebastiano Mauri,
Attilio Solzi. Il Centro ha cercato di operare una scelta di
autori del Mediterraneo, che – proprio perché italiani e quindi
depositari di un loro proprio concetto di “geografia” – fossero
legati a una tradizione, per così dire,
pittorico/architettonica, anche se i mezzi usati coinvolgono
anche il video e/o riflettono una concezione più installativa
galvanizzata attorno all’idea di arte e spazio o comunque di
“segno nello spazio”. E’ interessante rilevare come il concetto
di globalizzazione, riconducibile a quello più esteso di
international style, non riesca [forse a ragione] a cancellare
le radici originali di un artista, il suo luogo geografico,
culturale, la storia e la sua coscienza.
Le buie visioni metropolitane della milanese Barbara DePonti
trovano la luce da piegature che l’artista fa su fogli carta
precedentemente dipinta. Piegare equivale a consumare lo strato
di pigmenti della carta, affinché riaffiorino tratti del colore
originario. La superficie sembra graffiata a indicare l’intima
sofferenza (sub)urbana dell’artista ne/per il luogo in cui essa
vive. Le sue vedute architettoniche finiscono per svelare questo
difficile rapporto dicotomico uomo/città attraverso
rappresentazioni cupe e scheletriche, quasi fossero ormai già
divenute proiezioni della memoria che si consuma nel decorrere
del tempo.
Di tutt’altro tenore è il lavoro ultimo e profondamente pittale
di Francesca Guffanti attorno all’universo infantile.
Apparentemente ludico e colorato, l’artista dipinge e riporta,
come in un diario, scene di vita con bambini; che giocano, che
mangiano e/o indaffarati nella loro dimensione quasi transreale
e, ciò nonostante, quotidiana. Francesca Guffanti ne dipinge le
impressioni e come impressioni ne ritrae le gesta. Per un certo
effetto di trasparenza e con la precarietà date da una scarsa
definizione dei contorni e cura per il dettaglio, l’artista
ripercorre in differita la sfuggevolezza di una realtà altra che
si vive nella ripetizione della quotidianità.
Sebastiano Mauri affronta per questa occasione il mezzo
video, anche se l’approccio ha una radice ancora in parte
pittorica. Attratto dallo stile del Portrait, con l’opera Faded,
2004 l’artista riesce a evidenziare maggiormente lo studio sulle
espressioni e metamorfosi del volto, illustrando due visi
accostati e proiettati per mezzo di diapositive, come due pagine
di un libro aperto. Con immagini fluttuanti tra sfuocamento e
punto di massimo fuoco per un’immagine e viceversa per l’altra,
Mauri vuole farci intendere un mondo dell’uomo dalle mille
sfaccettature, sfiorando quei significati bipolari e opposti
umano/animale.
Interamente audio-video è l’altra opera The Song I Love To,
2005: ripresa con telecamera fissa di una serie di personaggi
ritratti in posa immobile, a mo’ di sequenza. Sullo sfondo,
quale colonna sonora, la canzone d’amore che ognuno dei
personaggi si è scelta come simbolo importante del proprio
vissuto. Siamo nuovamente di fronte a un’interessante
contrapposizione dicotomica tra le espressioni e gli
atteggiamenti, talvolta banali e noiosi dei personaggi, e le
visioni d’amore ed universali inequivocabilmente legate alla
dimensione umana ed espresse dal canto.
Con le opere video titolate Sommario del tedio e Guida per un
Punk domestico, l’artista Attilio Solzi mette
ironicamente in scena la nobiltà e la solennità di un’esistenza
popolare, popolana e vagamente pezzente, partendo da
un’illustrazione “di tutti i giorni” delle nostre piccole
utopie, visioni e fantasmi. Solzi – attraverso una riproduzione
verista [quasi pasoliniana] e a volte scabrosa delle
emozionalità della gente ultima che ritrae, che intervista e che
riesce a trasformare in attori forse inconsapevoli – rimette
intelligentemente in discussione il concetto di fare arte, di
prodotto artistico relazionato ai luoghi espositivi ufficiali,
al cosiddetto “mercato dell’arte”. Si può affermare che
l’artista abbia superato ormai ogni mezzo [il mezzo che usa],
superando così anche, con notevole resistenza, ogni tipo di
protagonismo artistico.
[Mario Casanova, in Contemporanea Giovani Tre, Silvana
Editoriale, 2005]
La mostra – corredata da una pubblicazione per i tipi di Silvana
editoriale – è visibile per il pubblico fino al 6 novembre
2005 da venerdì a domenica dalle 14 alle 18 o su appuntamento.
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Francesca Guffanti, dalla serie PORTIAMO ANCHE I
BAMBINI, olio su tela 95 x 120 cm, 2004 |