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Il
mondo visto da Fabrizio Giannini
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‘ Lo schermo e la porta’ alla
Galleria Palladio fino a fine giugno
di Claudio Guarda
( La regione, 11 giugno 2003)
Quando uno entra in una galleria e la prima cosa che vede o legge è la notissima
firma di Walt Disney oppure il logo della Nike, sempre leggeri ed eleganti,
ingigantiti su un grande foglio bianco, riprodotti graficamente al computer con
quelli che sembrano un’infinità di numeri e lettere combinati insieme, allora la
prima cosa che pensa è che qui siamo ancora in un ambito di contaminazioni
linguistiche e di intendimenti estetici che vanno dal new- dada- pop alla
computer art. E la memoria corre subito a certe marche o a precise immagini
pubblicitarie ambiguamente messe in scena da Andy Warhol e dai popartisti, vede
riproporsi le problematiche connesse all’uso straniante dell’oggetto commerciale
o del logo, all’assunzione del ‘ ready made’ da Duchamp in giù, alla
spersonalizzazione e alla morte dell’arte… Ora, che l’opera di Fabrizio Giannini
si collochi dentro questo solco di assunzione e manipolazione del già dato, su
questo non c’è dubbio: ma come per chiunque altro, anche nel caso suo occorre
individuare quale spazio di manovra e di identificazione egli si ritagli dentro
questo campo che per un verso vede l’espansione massiccia del proprio raggio di
applicazione, ma che dall’altro rischia anche sempre più di sconfinare e
appiattirsi nell’eleganza grafica o nel piacere ludico.
Una prima risposta la si ha quando ci si rende conto che quella firma come altri
loghi, ottenuti mescolando – apparentemente a caso – un’infinità di lettere, in
realtà costituisce un testo coerentemente strutturato e dotato di senso che
corre su linee orizzontali e parallele: siamo quindi di fronte ad un calligramma
di apollinairiana memoria dove, al disegno della forma, si abbina la
dichiarazione di uno scritto: anzi, dove l’eleganza e la notorietà di un logo su
un grande schermo di foglio bianco è tutt’uno con quelle parole che lo disegnano
e lo sostanziano. Lo stupore si ha quando ci si rende conto che quei testi sono
esplicite parole di denuncia – ritrovate in Internet – sullo sfruttamento
minorile o sull’inquinamento ambientale strettamente legati alla logica del
profitto di quelle stesse grandi multinazionali. È qui che il cerchio si chiude:
perché di colpo si ha la sensazione viva e straniante dell’ossimoro, perché il
fascino e le memorie legate a quei nomi o a quei loghi di colpo si mescolano e
co- fondono con il sentimento uguale e contrario del cinico calcolo affaristico:
perché se da una parte quei loghi adescano nella finezza ed eleganza della loro
realizzazione grafica, sollecitano memorie di momenti piacevoli, esercitano
connotazioni di identificazione, seduzione e di potenza, dall’altra ci si
presentano nella crudità del loro risvolto manageriale, nella logica del
profitto e del business. E qui ci si sente di colpo fare strame anche di noi,
dei nostri ricordi, di qualcosa che credevamo appartenesse alla nostra sfera
interiore.
Non può non esserci un implicito giudizio in tutto questo, credo però che l’intento
di Giannini sia quello di tirarsene fuori, come dire io non dico né commento
niente, compongo e combino solo, tutto quel che uso è già tutto dato, è già
tutto noto, è già tutto apparso per le strade, sui giornali, dentro Internet. In
questo guazzabuglio che è il nostro mondo dove tutto vive e convive, tutto nasce
e muore nello stesso tempo, tutto si dà e non si dà nello stesso tempo, Giannini
si limita a estrapolare e mettere insieme: direi che la sua poetica si limiti a
registrare una pluralità di situazioni o momenti, lasciando poi all’osservatore
trarre le sue conclusioni, coglierne incongruenze e paradossi. Sarà più facile,
allora, una volta calati lì dentro e guardato il mondo da quest’angolo
prospettico, cogliere lo spirito della sua altra produzione, per esempio la
selezione e l’accostamento di immagini ritrovate or qui or là, in situazioni
completamente diverse e disparate, ma che selezionate ed accostate adesso
vengono a costituirsi come un filo dotato di senso e di intendimento: l’emarginazione
e la povertà sotto i segni imperanti del benessere e dell’eros, la tecnologia
avanzata e la regressione, i volti anonimi di belle ragazze fatti di numeri e
lettere non diversamente da qualsiasi altro oggetto o paesaggio fatto al
computer: il cui linguaggio diventa il segno di un’assimilazione e di una
identificazione regressiva dove tutti si adattano alla potenza del nuovo
linguaggio, e dove il nuovo linguaggio assimila e converte tutto, livellando le
identità e omogeneizzando ogni cosa.
Senza titolo, dalla serie Suomi, 2003
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Senza titolo, dalla serie Suomi, 2003 |
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